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Arresto in Turchia, il racconto di Lucidi: «È stata un’operazione di intimidazione»

Arresto in Turchia, il racconto di Lucidi: «È stata un’operazione di intimidazione»

CIVITAVECCHIA – Dopo il rientro a casa, il giornalista Andrea Lucidi ricostruisce in prima persona le ore trascorse in Turchia tra fermo, trasferimenti e detenzione. «Ci trovavamo in Turchia come delegazione internazionale per trattare il tema dei prigionieri politici nel Paese, soprattutto dei regimi carcerari speciali. Era un programma articolato su quattro giorni, io sarei stato presente in due».

Il lavoro, racconta il civitavecchiese, sarebbe dovuto partire il 19 febbraio «con una visita all'associazione Avvocati del popolo, dove abbiamo incontrato un avvocato e un ex detenuto a cui ho fatto un'intervista». Da lì, poi, la situazione è precipitata perché all'uscita dalla sede dell'associazione, in una via a senso unico, si sono trovati con la strada bloccata da diverse macchine civili.

Turchia, liberato il giornalista civitavecchiese Andrea Lucidi

A quel punto, racconta, «ci siamo resi conto che si trattava di una trappola. Dalle auto sono usciti quelli che pensiamo fossero poliziotti perché erano in borghese e non si sono identificati. Mi hanno visto con la telecamera in mano, quindi sono stato il primo a essere preso di peso da due agenti che mi hanno portato all'interno di un furgoncino». In quei minuti, aggiunge, è riuscito ad inviare un messaggio su un gruppo Telegram, avvisando di quanto stava accadendo, «poi mi hanno tolto il telefono».

Da lì, riferisce, il gruppo viene portato in un ospedale di Istanbul «dove ci hanno praticamente obbligato a fare un esame medico». Racconta che inizialmente avevano rifiutato richiedendo l’assistenza consolare, ma tra urla e minacce incomprensibili in turco sono stati costretti ad eseguire quello che si è rivelato una sorta di triage di pronto soccorso: «Ci hanno chiesto se soffrivamo di malattie croniche o se eravamo stati picchiati». Dopo l’ospedale, la caserma e il verbale: «Siamo stati perquisiti e ci hanno fatto firmare il verbale di arresto, senza però specificarne le motivazioni». Lucidi racconta di essere stato ammanettato «con delle fascette da elettricista» e trasferito su un autobus «pensiamo della polizia dell'immigrazione». Quindi il centro di detenzione: «Ci hanno identificato di nuovo e perquisiti nuovamente per poi internarci in questa struttura per migranti, una struttura per rimpatri. Ci hanno fatto pressioni per firmare documenti. Ovviamente non sapevamo di che tipo di documenti si trattasse essendo scritti in turco».

Nel racconto emergono anche i toni del trattamento ricevuto: «Il comportamento della polizia è stato molto violento, a tratti brutale. Urlavano, calciavano le cose, battevano le mani sui tavoli. Inoltre – racconta - abbiamo raccolto delle testimonianze orribili, c'è gente che si trova nella struttura da sei mesi». Lucidi riferisce anche del contatto con il console italiano: «Ho parlato con il console italiano a Istanbul e ha detto di aver chiamato il centro dove però hanno negato la nostra presenza». E conclude: «La Turchia ci ha arrestato senza nessuna ragione. Dopo circa venti ore c'è stato l'imbarco in aereo e il gendarme si è rifiutato di fornirmi i documenti dell'arresto». Per lui si sarebbe trattato di «un'enorme operazione di intimidazione politica». Quello che doveva essere un “semplice” reportage ha rischiato di diventare un caso internazionale.

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