Cerca

Tvn, anche la Compagnia portuale contro la “riserva fredda”

Tvn, anche la Compagnia portuale contro la “riserva fredda”

CIVITAVECCHIA - «La decisione assunta dal Governo e da ENEL di mantenere la centrale di Torre Valdaliga Nord in regime di cosiddetta “riserva fredda” non è una questione tecnica né amministrativa, ma una scelta politica che incide profondamente sul presente e sul futuro della nostra Città, del suo porto e dell’intero territorio; una decisione che non può essere accettata passivamente né edulcorata da narrazioni rassicuranti prive di riscontro nei fatti».

Inizia così una lettera del presidente della Compagnia portuale di Civitavecchia Patrizio Scilipoti che si rivolge ai cittadini alla luce delle recenti dichiarazioni del governo sul futuro della centrale Tvn. 

«Non siamo di fronte a una misura temporanea: la “riserva fredda” condanna Civitavecchia a un prolungato stato di sospensione, rinviando ogni reale prospettiva di riconversione e scaricando sulle comunità locali il costo di una transizione energetica solo proclamata, priva di contenuti concreti, tempi certi e garanzie occupazionali. Questa scelta, peraltro, si inserisce in un quadro più ampio di decisioni governative che penalizzano sistematicamente il nostro territorio, come dimostra anche l’avallo alla realizzazione del porto crocieristico privato di Fiumicino-Isola Sacra, destinato a produrre un ulteriore grave nocumento sul piano economico e occupazionale, sottraendo traffici, investimenti e lavoro a una città che da decenni sopporta i costi ambientali, sanitari e sociali legati alla presenza di una delle principali infrastrutture energetiche del Paese. Sul piano del lavoro, poi, la “riserva fredda” rappresenta un fallimento senza attenuanti. A essere colpite – continua – sono intere categorie che hanno garantito per anni il funzionamento del sistema produttivo e portuale cittadino: portuali, metalmeccanici, operatori dei servizi e dei trasporti, oltre a tutto l’indotto legato alla centrale. L’impianto, difatti, è inattivo da tempo ed è destinato a rimanere tale anche in questa fase, con una perdita di posti di lavoro diretti e indiretti che nessuna narrazione rassicurante ha potuto compensare e che oggi appare strutturale e irreversibile. I lavoratori della società Minosse ne rappresentano il simbolo più evidente: professionalità espulse, famiglie private di certezze, competenze disperse senza prospettive credibili di reimpiego. Anche per quanto riguarda i portuali precedentemente impiegati nello scarico delle navi carboniere è necessario ristabilire una verità troppo spesso rimossa: se i livelli occupazionali sono stati formalmente mantenuti, ciò è avvenuto esclusivamente grazie alla polivalenza dei lavoratori e alla naturale vocazione multipla della Compagnia Portuale, prevista dall’articolo 17, comma 2, della legge 84/94. È stata la nostra capacità di riadattarci e di assumerci responsabilità che altri hanno evitato, e non certo la lungimiranza delle scelte governative o di ENEL, a scongiurare un tracollo occupazionale immediato. Ciò non cancella, però, un dato incontrovertibile: con il blocco dello scarico del carbone, decine di posti di lavoro portuali sono stati persi in termini reali, considerando che, laddove quelle attività fossero proseguite, la Compagnia avrebbe inevitabilmente dovuto assumere nuovo personale. La perdita occupazionale si è quindi manifestata anche come mancata creazione di lavoro, colpendo in particolare i giovani del territorio e sottraendo loro l’accesso a un percorso di sviluppo e riconversione che, nei fatti, non è mai stato realmente avviato. Mantenere l’impianto nello stato attuale, inutilizzato ma rigidamente vincolato, significa inoltre impedire qualsiasi serio progetto di riconversione industriale, ambientale e produttiva. La riserva fredda congela l’area della centrale e blocca di fatto anche la banchina “carbonile” ENEL, sottraendola all’Autorità e agli stakeholders portuali che potrebbero metterla a servizio dello sviluppo dello scalo, attraverso la promozione di traffici merceologici alternativi, con volumi significativi e un alto potenziale economico e occupazionale. D’altro canto, questo vincolo incide negativamente anche sull’Autorità di Sistema Portuale, determinando un’ingente perdita di introiti e comprimendo le possibilità di pianificazione e sviluppo. Per questi motivi rivolgiamo un invito chiaro al Presidente dell’Autorità affinché assuma un ruolo attivo e propositivo nell’interesse del porto e del territorio. In caso contrario, Civitavecchia e il suo porto rischiano di restare prigionieri di un enorme sito industriale che non genera lavoro né valore, un vero e proprio “ecomostro” senza alcun futuro. In questo contesto risultano particolarmente gravi le dichiarazioni di esponenti politici come il senatore Gasparri e di alcuni rappresentanti del territorio (tra i quali l’On. Battilocchio), che presentano la riserva fredda come una soluzione e come premessa per future iniziative industriali. Tali affermazioni si fondano su evidenti paralogismi: si assume che il semplice mantenimento dell’impianto garantisca sicurezza energetica e sviluppo futuro, ma si omette qualsiasi collegamento concreto tra questa premessa e le conclusioni che se ne traggono. Allo stato attuale, difatti, non esistono progetti definiti, risorse stanziate, iter autorizzativi avviati o cronoprogrammi verificabili. La sicurezza energetica nazionale viene evocata come argomento risolutivo per giustificare una scelta che, de facto, produce soltanto immobilismo e incertezza per il nostro territorio. Presentare la riserva fredda come una soluzione equivale a mascherare un problema enorme dietro una formula burocratica vuota, sterile e capziosa. Care cittadine e cari cittadini, Civitavecchia ha dato molto al Paese; per decenni ha garantito una quota rilevante dell’approvvigionamento elettrico nazionale, accettando un regime di “lecito inquinamento” e pagando un prezzo altissimo in termini territoriali, sociali e sanitari. Un prezzo che si è tradotto in sacrifici profondi e duraturi e in un’incidenza delle patologie oncologiche che rappresenta una ferita aperta nella storia della nostra Città, una cicatrice profonda e dolorosa che non può essere in alcun modo rimossa né, men che meno, minimizzata. Dopo tutto questo, è semplicemente inaccettabile che a Civitavecchia venga chiesto di subire ancora immobilismo e assenza di prospettive; la nostra città merita rispetto, investimenti veri, tutela del lavoro e una riconversione capace di generare sviluppo, occupazione e futuro. Per queste ragioni rivolgo un appello forte e diretto a tutta la cittadinanza e, in particolare, alle istituzioni, alle forze politiche e sociali, alle organizzazioni sindacali e al tessuto imprenditoriale affinché si apra una fase nuova di mobilitazione consapevole e responsabile. In questo contesto, i lavoratori della Compagnia Portuale confermano la propria piena disponibilità a sostenere e promuovere ogni azione di lotta possibile e necessaria per cambiare uno stato di cose non più tollerabile, una disponibilità che nasce da un profondo senso di responsabilità verso il porto, la città e le future generazioni, e che la politica e le istituzioni non possono ignorare. Il tempo delle parole e delle concertazioni è finito: dobbiamo riprenderci con tutta la forza necessaria il futuro che le logiche di profitto di una multinazionale complice e l’ostinazione ideologica di un Governo reazionario stanno tentando di strappare alla nostra comunità e ai nostri figli».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su La Provincia di Civitavecchia

Caratteri rimanenti: 400

Edicola digitale