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17 Gennaio 2026 - 12:08
CIVITAVECCHIA – Da secoli, era uso a Civitavecchia, come nel resto dell’Italia, che, nell’atto di seppellire i defunti, o nei giorni successivi, forse il settimo, di poco seguenti, schiere di parenti ed amici, ma specialmente donne, facessero tutte in coro grandi lamenti e strazianti urla a ricordo del morto. In occasione della morte del conte Teofanio, alla fine del VI secolo, che nella nostra città è ricordato come un santo, monsignor Annovazzi ricorda nella sua “Storia” le “cantatrici, dette prefiche, che con le chiome scarmigliate costumavano accompagnare il feretro gettando lagrime dagli occhi, ed empiendo l’aria di lamenti con proferir altresì le lodi dell’estinto”. Erano le prefiche, donne che già nell’antichità, dietro compenso, prendevano parte alle cerimonie funebri con canti e lamenti in onore dello scomparso. Forse un tradizione che ancora sopravvive in qualche località italiana. L’altro storico cittadino, Carlo Calisse, afferma nella sua “Storia di Civitavecchia” che “era costume in Civitavecchia, come generalmente anche altrove allora, che, nell’atto di seppellire i defunti, o nei giorni di poco seguenti, gruppi di parenti ed amici, ma di donne principalmente, facessero in coro grandi lamenti; costume popolare, conservatosi per tradizione dai tempi antichi”. Era il 17 gennaio 1485 quando fu convocato il consiglio della terra di Civitavecchia, nella casa degli eredi di Paolo di Giorgio da Viterbo, nella camera dove aveva residenza messer Giuffredo Morrone da Pietrasanta, dottore in legge e commissario della Camera apostolica. Per suo comandamento fu aggiunto un nuovo capitolo allo Statuto comunale.
Il nuovo articolo vietava tali lamenti e pianti “li quali sonno più tosto danno et de l’anima et del corpo, et dando spavento et terrore et ad li habitanti de Civitavecchia et furistieri, li quali se trovano in Civitavecchia ad decti tempi, et perché secondo li doctori de medicina el fetore et lo dolore sono doi de quelle cose che più consumano la natura del homo”.
Fu quindi stabilito “che nessuna donna habitante o furistiera in Civitavecchia presuma et ardisca andare ad li septimi de loro mariti figlioli nepoti fratelli o altri loro actinenti, sotto pena et ad la pena de ducati venticinque per ciaschuna donna et ciaschuna volta che ce andassero, et ad la decta pena siano obligati cossì le donne et li mariti et figlioli per epse, et qualunque altro homo lo qual fusse ad governo de decte donne”.
I rappresentanti dei Civitavecchiesi fissarono anche la regola con cui si ripartiva la multa di venticinque ducati: un terzo alla Camera apostolica, un terzo alla Comunità di Civitavecchia e l’altro terzo al magistrato che avrebbe sanzionato la rea di pianti e lamenti.
Fu così vietato per legge la celebrazione del lutto con i gemiti e le lacrime delle prefiche. Abbiamo però seri dubbi che tale tradizione s’interruppe in città. Riteniamo che tale triste usanza durò ancora per alcuni secoli e forse solo nel secolo scorso sparì da Civitavecchia, rimanendo viva in altre città.
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